Welcome to Roberta Patellaro ed il suo romanzooooo

Hola Readers oggi conosciamo miss Roberta Patellaro che ci racconta del suo romanzo 😉

francesca

Io mi sono fatta un po’ i ‘Casi suoi’ hihihih venite con me…

Roberta Patellaro è nata a Roma nel 1993. Avendo sempre avuto il desiderio di vivere all’estero ed un interesse per la cultura anglosassone, ha completato un anno di liceo in Canada e l’università in Inghilterra, dove si è laureata in “Scienze Politiche” e “Sviluppo Internazionale e Studi di Genere”. Oggi lavora al World Food Programme (un’agenzia dell’ONU) a Roma. Grazie agli studi ha dedicato molto tempo alla lettura ed arriva all’esperienza di scrittrice in maniera accademica, collaborando al giornale universitario ed a vari blog internazionali su temi politici e sociali. Ha sempre avuto una passione per la storia della musica rock, che l’ha portata a scrivere questo primo romanzo ambientato negli anni 1966-1967 in California.

Già mi sta simpatica per il fattore ROCK!!!

Di cosa parla nel suo romanzo? scopriamolo!

E’ possibile arricchire un romanzo con una colonna sonora? Questo libro rappresenta un esperimento narrativo per sottolineare e rafforzare attraverso versi di canzoni gli avvenimenti principali della storia e soprattutto i pensieri e le emozioni del protagonista, con l’espediente di una radio accesa, un giradischi che suona, un cantante per strada.

Simpatia bis! Poi?

Owen D. Fonda è un neolaureato in lettere inviato a lavorare per una giovane casa editrice nella San Francisco del 1966. Inaspettatamente si trova così catapultato in una città che sta ribollendo in preparazione della “Summer of Love”. Venendo a conoscenza di personaggi tanto eccentrici, quanto distanti da lui, comincia il duro processo d’integrazione, favorito solo dal fatto che dopo tutto non ha altro posto dove andare. Owen si lascia così trascinare nel vortice di due rapporti tanto enigmatici, quanto contraddittori: l’amara ammirazione verso Adam, che incarnando lo spirito del tempo rimane un eroe destinato al declino; e l’ambiguità dell’incontro con Clio, un ragazza apparentemente arrivata dal nulla e protratta verso il nulla stesso.

All’interno di questo vortice, l’atmosfera del 1966-1967 comincia in breve a perdere il suo illusorio incanto e a rivelarsi per quello che è in realtà, costringendo il protagonista a scoprire in cosa consiste concretamente l’opposizione alla guerra del Vietnam fuori dalle piazze e lontano dagli striscioni. Owen si trova così ad affrontare progressivamente lo sgretolamento del suo microcosmo; sarà in grado però di accettare la fine dell’illusione e lasciarsi indietro quei rapporti che solo nell’illusione possono sopravvivere?

Arriva il pezzo forte eh…o meglio i pezzi forti 😉

Owen non era più capace di muoversi, lo stupore gli aveva paralizzato qualsiasi facoltà celebrale. L’unica cosa che riuscì a fare fu avvicinarsi al giradischi, tirare fuori dall’involucro il suo prezioso vinile, posizionarlo sul piatto, trovare il solco giusto per la canzone che voleva, sedersi sulla poltrona ed ascoltare la voce graffiante di Bob Dylan. Hey! Mr. Tambourine Man, play a song for me,/ I’m not sleepy and there is no place I’m going to./ Hey! Mr. Tambourine Man, play a song for

me,/ in the jingle jangle morning I’ll come followin’ you. Owen poggiò la testa sulla spalliera della poltrona e si lasciò cullare dalle note della canzone. Chiuse gli occhi e le parole rimbombarono più forti dentro la sua testa, le scandiva una per una e se ne sentì parte. Gli entrarono dentro, come un incantesimo di possessione. Erano i suoi sensi ad essere intorpiditi, le sue mani troppo gelate, i suoi piedi incapaci di muoversi. Poi sentì la porta che si apriva, qualcuno entrò nel santuario e si sedette sulla poltrona accanto a lui. Non dovette neanche aprire gli occhi, sapeva esattamente di chi si trattava e quasi bisbigliando gli disse: – Il cancro è la rabbia che mi cresce dentro vero? Pensi di potermi trovare un posto a cui appartenere, una missione a cui dedicarmi anima e corpo? Pensi di poter mettere fine alla mia fuga da un posto all’altro? Bene, ti seguirò, tanto non ho nulla da perdere. With one hand waving free,/ Silhouetted by the sea,/ circled by the circus sands,/ With all memory and fate/ driven deep beneath the waves,/ Let me forget about today until tomorrow.

 

Cominciò a cantare con la voce rotta e roca, difficile dire quanto per le lacrime che lente scendevano e quanto per i mozziconi di sigarette da cui era circondato. Con tutta la gente che intorno a lui batteva il tempo con le mani, iniziò così: “The eastern world it is explodin’, / Violence

flarin’, bullets loadin’, / You’re old enough to kill but not for votin’, / You don’t believe in war, what’s that gun you’re totin’ ”. Alle sue parole tutti ricordarono amici o solo conoscenti, ragazzi che ad appena diciotto anni venivano armati di un fucile e di un obiettivo, senza coraggio o motivazione. No, l’obiettivo non era uccidere il nemico, quanto sopravvivere. In fondo al comune soldato non era dato conoscere i grandi piani, non li avrebbe potuti neanche comprendere. Il Bene Superiore è sempre stato una facile copertura ed a chi ogni giorno si trova a strisciare nel fango pregando Dio di vivere un giorno in più, poco importa quale sia la verità. Calpesteremmo tutti la bandiera se

questa si trovasse sulla via della salvezza. And you tell me over and over and over again my friend, / Ah, you don’t believe we’re on the eve of destruction”. Ma la distruzione non era la stessa di cui si parlava in televisione, non era la distruzione del mondo conosciuto, degli ideali e delle certezze del mondo occidentale, quanto la distruzione di tutto, la fine della vita, l’apocalisse. “If the button is pushed, there’s no running away, / There’ll be no one to save with the world in a grave”.

 

– Mi piace molto questa canzone – Disse Clio stringendosi al petto di Owen – È proprio bella. The days are bright and filled with pain / Enclose me in your gentle rain. L’arrangiamento era un po’ rudimentale ancora e certamente non perfetto, ma la voce del cantante, dolce e felpata, si faceva strada nell’oscurità fino al pubblico. Cantava ad occhi chiusi tenendo il microfono stretto tra

entrambe le mani. Quasi come se stesse cantando una ninna nanna, aveva il potere di tranquillizzare gli animi, l’auditorio era in completo silenzio. Oh tell me where your freedom lies / The streets are fields that never die / Deliver me from reasons why / You’d rather cry, I’d rather fly. Non era una canzone, quanto una dolce poesia e tutti non stavano tanto ascoltando la musica, quanto stavano assaporando ogni singola parola. A million ways to spend your time / When we get back, I’ll drop a line. Jim Morrison fece morire la voce in quel penoso “line” come un lamento, a metà strada tra una canzone d’amore e un’elegia funebre.

 

Ci piace no? ce lo leggiamo no?

Buona lettura!

Krilli

 

 

 

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